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Biglietto d'invito ad una biblioteca patrizia veneziana
Il titolo di questo elegante catalogo, curato con appassionata intelligenza dal mio collaboratore Giovanni Marangoni, è stato pensato in relazione al particolare incontro tra Venezia e i Partecipanti al Vº Congresso internazionale dei Bibliofili.
Sono particolarmente grato a Tammaro De Marinis di aver voluto che anche la Querini fosse presente allattenzione del Congresso, tra gli altri Istituti bibliografici, con una mostra antologica dei suoi libri più preziosi. Se ne è proposta una, altre ne potrebbero seguire.
Certamente il fondo antico queriniano, noto al mondo della cultura, presenta caratteri particolari di laicità, che lo rendono di singolare interesse per i cultori della storia del libro e delle idee.
Consapevole di tale tradizione, chi dirige questo Istituto è indotto a guardare alle necessità delloggi, e dellavvenire, ritenendo che una biblioteca per essere viva, debba assolvere prima di tutto ad una funzione di promozione culturale e civica tra i giovani, e che solo da tale indirizzo il proprio patrimonio antico tragga luminoso vigore, al di fuori dellaulicità fredda del museo, per riproporsi nella sua vitale interezza, quale messaggio di inesauribile forza spirituale.
Passato e presente assumono pertanto un significato di integrazione dialettica e si affacciano al domani, che è pur sempre la dimensione determinante di ogni nostra volontà di sopravvivenza, come una realtà unitaria.
Così scienze umane e scienze naturali, secondo la vocazione del nostro tempo e la storia della secolare nostra biblioteca, costituiscono i termini fondamentali per una proposta valida quanto necessaria di nuovo umanesimo.
Allora, anche il libro prezioso e raro, la legatura di grande pregio, assumono un valore di testimonianza che trascende il confine della loro stessa qualità estetica per presentarsi come segno integrale di civiltà, per luomo di sempre.
INTRODUZIONE
a cura di Giovanni Marangoni
Tenendosi nel 1847, a Venezia, il "IX Congresso dei Dotti", il conte Giovanni Querini, richiesto di lasciar vedere le sue collezioni librarie a persona incaricata di raccogliere per loccasione notizie intorno alle più cospicue biblioteche private veneziane, opponeva un fermo, anche se indiretto, diniego.
Il "gran rifiuto" non era certo motivato da risentimenti o da sgarberia (ché, il Querini, era uomo solitario ma garbatissimo) bensì dallintransigente amore verso la biblioteca degli avi di cui era geloso tutore, e intelligente continuatore.
La Querini Stampalia, oggi, spalancando cordialissimamente le sue sale al "V Congresso internazionale dei Bibliofili", non è che presuma di voler riparare al rifiuto pronunciato dal "paròn de casa" centoventi anni or sono.
Il naturale riserbo verso i suoi libri fu compensato a dismisura dal Querini, nel 1868, quando, con munifico testamento, lasciava alla città le raccolte librarie, nonché i suoi beni urbani e rustici, con i quali la biblioteca pubblica da lui voluta potesse vivere e svilupparsi nel tempo. Altra volontà testamentaria era che nel suo palazzo vi fossero " camere" destinate a " adunanze serali di dotti e scienziati sì nazionali che forestieri".
Non è possibile offrire dati cronologici sicuri intorno al primo formarsi della biblioteca.
È fuor di dubbio che il dato anagrafico primo va ricercato nella raccolta di memorie domestiche, precisamente di quei manoscritti ove ricorreva il nome del casato. Genealogisti fantasiosi, quanto interessati, fanno discendere i Querini dalla gens romana: provenienza favolosa, a dire il vero, come quella che li fa derivare dalla famiglia tribunizia dei Galbai. È certo però che vantano origini remote: vengono forse da Eraclea, o Cittanova, si stabiliscono dapprima a Torcello e sono presenti nei primi nuclei che diedero vita alla consociazione lagunare.
Intorno al Millecento li troviamo già attivamente partecipi della vita pubblica veneziana. Avevano per insegna di famiglia lo scudo inquartato dargento e di rosso, insegna poi abolita avendo alcuni Querini, daltro ramo, preso parte, nel 1310, alla congiura di Baiamonte Tiepolo per rovesciare il governo. Per tale ragione vennero esclusi per sempre dal dogado, e per tutto larco della storia veneta mai poterono dare un doge. La nuova insegna: fascia azzurra in campo doro, caricata di tre gigli, fu distintiva dei Querini del ramo di Santa Maria Formosa detti anche di Stampalia, predicato derivato loro dal nome di unisola dellarcipelago greco (lantica Astypalea), acquisita da un Zuane Querini nel 1300.
Piace pensare (ma è solo ipotesi suggestiva) che sugli scaffali di casa Querini abbiano preso posto tra i primi il Capitulare nauticum, la Promissio contra malefìcia, le Favole esopiane, il codicetto contenente i Privilegi dei veneziani in Siria, che sono tra i libri più antichi delle raccolte (secc. XIII-XIV), prime auree pietre sulle quali, nel corso dei secoli, verrà articolandosi lattuale biblioteca. Al tempo di Lauro Querini (1320-1466 c.), umanista e filosofo, lettore a Rialto di Aristotile, il Fondo di codici di tipo umanistico è già notevole, contribuendovi egli stesso ad accrescerlo.
Sul finire del Seicento, la biblioteca è da considerarsi ormai di gran conto, ricca comè di manoscritti, incunaboli, cinquecentine e altre opere a stampa.
È un gusto squisito, da bibliofilo, che va di pari passo con il rigoroso interesse scientifico, a guidare nelle scelte sicure quelli che si possono dire i primi grandi adunatori di libri: Polo Querini; il cardinale Angelo Maria, suo figliolo; Andrea, nipote di questultimo. Interessante, in proposito, il nutrito scambio di lettere fra i tre, che si dimostrano anche desiderosi di novità librarie e si scambiano impressioni che preludono ad acquisti.
Angelo Maria Querini (1680-1755), arcivescovo di Corfù e vescovo di Brescia, bibliofilo ed erudito, è tra i personaggi più in vista della famiglia. Percorre gran parte dEuropa, interessandosi più agli uomini che ai paesi visitati, e dai suoi viaggi tornerà sempre carico di libri. Bibliotecario della Vaticana, sarà anche il fondatore della Queriniana di Brescia, cui legherà la sua biblioteca: da tale donazione la Querini-Stampalia subirà un fiero contraccolpo. In un secolo, come il Settecento, in cui andavan di moda gli epistolari, al cardinale spetta senzaltro uno dei primi posti: alla Querini, oltre le sue, si conservano migliaia di lettere (raccolte in 21 volumi) a lui scritte da papi e cardinali, sovrani e uomini di stato, scienziati e letterati, cattolici, protestanti e miscredenti, tra i quali Federico II di Prussia e Voltaire, chegli pare silludesse di trarre a conversione.
Scriveva molto, forse troppo (80 opere a stampa, molte le inedite).
Un altro cardinale, il Tencin, dirà che il Querini si affaticava pour les vendeuses des pommes.
Ma, tantè, era un po il male del secolo. Inoltre era ferma convinzione del cardinal Querini che il denaro dovesse servire per beneficare e far stampare libri.
Il Settecento, a Venezia, si presenta sotto aspetti multiformi e antitetici: la vita scorre via in un continuo fantasmagorico ballo ritmato dalle note di un ultimo minuetto, che si frangono sulle argentee specchiere di Murano, ove si riflette lombra della decadenza. La classe politica dominante è divisa tra conservatori delle antiche forme di governo e propugnatori di riforme. La cerimonia dello Sposalizio del doge col mare assume, ogni anno di più, il grottesco significato di una separazione non ancora omologata, poiché, se il dominio del mare è ormai nebuloso ricordo, i Veneziani fingono di credervi ancora.
Le famiglie patrizie spendono in feste e banchetti gli ultimi spiccioli delle ricchezze accumulate nei secoli dagli avi.
Questi contrastanti aspetti della vita settecentesca veneziana sono significativamente sintetizzati nella quadreria di casa Querini.
Da un lato, la serie di tele di Gabriel Bella, enorme volumen pittorico nel quale vengono frettolosamente annotate e fissate, per i posteri, le feste, i giuochi e le cerimonie della serenissima repubblica; dallaltro, sommessa, quasi inavvertita (ma ancora per poco) la voce di Pietro Longhi; sincero chroniqueur, e poeta, del secolo.
Arrivati allestremo limite della felicità concessa alluomo, i Veneziani respingono la realtà contingente, poiché non hanno la forza di accettarla, e cercano di crearsene una propria in un mitico, impossibile recupero della gioiosa e libera età perduta. Il governo continua a proclamarsi liberale ma nel contempo i Deputati alle Dogane (che hanno il controllo sui libri provenienti dallestero) dan la caccia alle opere degli illuministi, destinandole al macero o alle fiamme.
I libri, meglio: le idee, cacciati dalla strada, trovan rifugio nelle biblioteche dei nobili più pensosi e colti: i Grimani, i Nani, gli Zeno, i Soranzo, i Correr, i Lippomano, i Tiepolo, i Marcello. Tra questi, Andrea Querini (1710-1795), chiamato dal Cesarotti "ragguardevole amatore e protettor delle lettere", Senatore, Membro del Consiglio dei X, Riformatore dello Studio di Padova, Deputato ad pias causas, e molte altre cariche ancora; noto assai (scrive labate G. A. Moschini) "pella soverchia parte chebbe ne troppo spinti regolamenti delle ecclesiastiche cose".
È, Andrea, un non pedissequo imitatore del Petrarca, libero traduttore di Orazio, Catullo, Apuleio e di poeti francesi; canta le "amorose e fresche rose" ma è anche prontissimo ad accogliere le nuove idee e a mettere in essere quelle riforme che i tempi esigono. Notevole, per la sua conoscenza, lepistolario con il cugino Andrea Tron, dal 1743 al 52. "Neque mala neque remedia pati possumus", scrive il Querini in una sua lettera, ma intanto si fa promotore di riforme finanziarie, scolastiche ed ecclesiastiche.
È del suo tempo il "Catalogo di libri del Procurator Querini" e così altri cataloghi di libri e manoscritti, redatti con perizia di bibliografo.
Ed è a lui (aiutato dal cugino A. Tron, sollecitato a portargli libri dallestero) che si devono, credesi in gran parte, le collezioni librarie del casato ove sono presenti i temi speculativi dellIlluminismo, dai precursori agli Enciclopedisti e seguaci, via via fino al cavalier di Seingalt, Giacomo Casanova, che a palazzo Querini era di casa.
Per un atto di doveroso omaggio alle donne dei Querini, non par giusto dimenticare Marina (la deliziosa e spregiudicata "biondina in gondoleta") che nel 1797, vestita di tunica allateniese, balla la Carmagnola intorno allalbero della libertà eretto in piazza San Marco: illuminista anchella, a suo modo.
Travolte dalla Rivoluzione francese e disperse nel mondo tante, e tante, biblioteche private, la Querini Stampalia supera indenne la bufera rimanendo tra le più cospicue, se non la più cospicua, fra quelle veneziane, per quantità rarità e singolarità di opere e collezioni.
Tra le raccolte queriniane sono spesso presenti anche libri essenzialmente visivi, ove il testo attenua o smette importanza per far luogo al pregio delle illustrazioni: dai codici miniati al libro figurato del Settecento; dalle scene di gusto metastasiano allesemplarità delle edizioni bodoniane con il misurato respiro della pagina rattenuto solo da qualche fregio di poco peso.
Sono presenti anche buoni esempi di legature, anchesse a volte svincolate dalla funzione servile rispetto al testo per assumere forma darte quasi fine a se stessa: dalle tavolette di tipo monastico, con borchie e fermagli, alle edizioni uscite dallofficina umanistica di Aldo; dal cuoio nero bollito alle pelli con impressioni a secco o in oro; dalle stoffe ricamate a fiori policromi alle copertine di carta marezzata, a fiamme, a tuffi, a disegni geometrici.
Tra le presenze più interessanti sono da segnalare le legature "alla veneziana" delle Commissioni ducali e quelle dei codici musicali, usati dai Querini per i concertini di famiglia. Sarebbero purtroppo da segnalare anche le spoliazioni, accadute nei tempi andati: tipico esempio, fra tutti, quello delle legature a rilievo rivestite di cuoio dorato.
Epigono di casa Querini, ultimo discendente del ramo di Santa Maria Formosa, è il conte Giovanni (1799-1869), giurista ed economista.
Dotato di spiccata vocazione per le scienze fisiche matematiche e naturali, di questa sua predilezione lascia larga traccia nelle collezioni a carattere tecnico-scientifico.
A lui è dovuto uno tra i primi, certo il più importante degli esperimenti di illuminazione elettrica a Venezia. Sagace amministratore delle ingenti sostanze, diede mano al risanamento e alla bonifica dei suoi vasti latifondi, rendendoli più produttivi e impiegando buona parte dei redditi per la conservazione e lincremento della ricca sua pinacoteca e dellamatissima biblioteca. Ritroso e schiavo, timido anche, ma alloccorrenza di indomabile fierezza, passò tra i libri lintera sua esistenza: riordinando le collezioni; continuando i cataloghi iniziati dai predecessori; colmando, quando possibile, le lacune; annotando e autenticando le scritture autografe; segnando sui margini dei libri (come già avevan fatto gli avi) chiose e postille, provvedute e spesso gustose.
Oggi è la gran giornata di Giovanni Querini poiché vede avverarsi, nel suo palazzo, la più grande di quelle "adunanze" che egli aveva previsto nel suo illuminato testamento.
Vicino a lui sono Lauro, Polo, Angelo Maria, Andrea, e altri Querini ancora, tutti intorno ai loro (ora anche nostri) libri, di cui quelli qui esposti non pretendon dessere un florilegio ma solo la documentazione della nascita e della storia di una moderna biblioteca, mediata attraverso i personaggi che vi hanno contribuito con larghezza di vedute e spregiudicata intelligenza.
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