All’infanzia l’autore attinge i temi della sua opera: “Mia madre raccontava la Bibbia (…). Mio padre invece - era pastore protestante – si metteva a parlare dei miti greci; gli eroi e i mostri che evocava divennero subito familiari (…). La sua storia preferita era quella del re di Atene Teseo; di come il labirinto voluto da Minosse e costruito da Dedalo sull’isola di Creta, tenesse prigioniero il Minotauro indomito. Nel rappresentare il mondo come un labirinto, tento di prenderne le distanze (…), di guardarlo negli occhi come un domatore guarda una bestia feroce”.
Labirinto e Minotauro ritornano di continuo nel suo lavoro, ossessivi e ambigui: il mostro incarna la condizione umana come anomalia. Nella sua duplice natura, di animale e uomo, si colloca di fatto irrimediabilmente fuori dal mondo ordinato, dal cosmo, dal paradiso terrestre; e la sua esclusione è la sua grandezza e anche il suo carcere, il Labirinto. La biografia di Dürrenmatt solo in apparenza contrasta con la sua visione artistica. Si circondava di amici; si faceva amare per la cordialità e la voglia di vivere; per la sua abilità di narratore; il mistero dell’universo lo affascinava al punto da tenerlo notti intere incollato a un telescopio, a scrutare le stelle; sete di sapere, a cui contribuiva certo il lascito dei suoi studi filosofici. Combatteva anche così la sua malattia, il diabete.
Il Minotauro è l’ angoscia esistenziale, il male dentro, ma anche fuori di noi. Quando divora i giovani, che Atene gli sacrifica come tributo, assomiglia al Lucifero dantesco.
Dürrenmatt rielabora e contamina i miti antichi. Nel 1976 scrive il racconto “La morte della Pizia”. Inventa un amore fra il Minotauro e la profetessa di Apollo, a Delfi; negli oracoli del dio gli uomini cercano di indovinare il proprio destino; la comica rivisitazione di Dürrenmatt li consegna invece al caso. “La verità, scrive, esiste solo se la lasciamo in pace”.
Nel 1983 ritorna su questa figura scrivendo “Maledetta Pizia”.
E’ l’anno in cui conosce Charlotte Kerr e con lei compie un viaggio in Grecia; fa tappa al santuario di Delfi. Realizza la serie di disegni della Pizia, dove inventa un amore fra la profetessa e l’uomo-toro, e quelli della serie del Minotauro, tutti dedicati a Charlotte.
Nell’invettiva si scaglia contro la sacerdotessa di Apollo, che lo ha “di nuovo scaraventato nell’amore” e lo costringe a rimettersi in gioco.
L’anno dopo Friedrich Dürrenmatt e Charlotte Kerr si sposano.
E la ricerca di senso approda al caos di un manicomio; alla confusione della Torre di Babele. Il soggetto biblico riaffiora, nei disegni, dai ricordi di bambino, mentre il manicomio è l’ambientazione dell’ultima opera teatrale di Dürrenmatt Achterloo, delirante pandemonio che mette insieme Napoleone e Marx, Freud e Jung.
L’ideale non salva il mondo: Dürrenmatt manda un don Chisciotte, schizzato in bianco e nero, a schiantarsi in volo contro i fili dell’alta tensione. Neppure il ricco, il potente, trova scampo: re Mida è il grande industriale: trasforma in oro tutto ciò che tocca, ma i soci lo faranno fuori. Bozze di sceneggiatura e una serie di disegni a pennarello sono quel che resta dell’idea di un film.
Anche i suoi scorci di isole, la greca Hydra o le lontane Galapagos, sono sotto il segno dell’ambiguità: aspre, scoscese, scure, sembrano terre inospitali, più che paradisi perduti; luoghi selvaggi di vulcani e di mostri; l’iguana come il Minotauro.