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Pietro Longhi
(1702 - 1785)
La furlana
1750-55 ca. olio su tela, 61x49,5 cm
Proprietà: Fondazione Querini Stampalia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, Cassa di Risparmio di Venezia e Banco San Marco.
Anche questa vivace danza popolare d'origine friulana è soggetto più volte replicato, con poche varianti, dal Longhi e dalla sua scuola.
La scena è ambientata in una corte, scandita da un portego ad arcate accennato sul fondo dal disegno di un pilastro; a sinistra, lì vicino, è montata la mensa, con ancora assisa una vecchia: sulla tovaglia luccicano due grandi cocci, una brocca e un orciolo. A sinistra, in primo piano, lo schienale di legno di una povera sedia di paglia definisce e conclude la scena, sempre scabra nel Longhi, che con fortissimo senso scenografico descrive ogni ambiente con pochissimi elementi.
Sulla sedia è comodamente assisa una donna che con il tamburello imprime il ritmo alla danza. Il suo abito scuro e l'ombra in cui è avvolta danno risalto alla figura del damerino sulla destra, pure in primo piano, sfavillante per la gioia del ballo, per la ricchezza della sua gallonata livrea di barcaiolo, la giubba abbandonata per terra, il gilet tutto ricamato in bella mostra, come la fascia che cinge i fianchi ben nutriti e le calzette ornate di fiocchi.
Schierate al mezzo digradando verso destra tre figure femminili: la ballerina, che accenna all'inchino previsto dal passo di danza sollevando un poco la gonna chiara che illumina il centro del quadro, poi una giovane seduta, il mento retto da una mano, anch'essa vestita di chiaro e posta nel centro; vestita di scuro invece la terza giovane, chiamata a fare da sfondo. Tutte e tre propongono quell'estremo sguardo ed enigmatico sorriso di tanti volti del Longhi. Qui tutti sorridono, ma nessuno ride, le bocche non si dischiudono, nonostante l'evidente festosità del movimento. Così ogni personaggio finisce per far parte per se stesso, la composizione si frammenta in tanti inquietanti solipsismi, la felicità dell'occasione di festa è velata da una sconcertante fissità, quasi un primo affacciarsi di malinconie preromantiche.

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